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venerdì 7 ottobre 2011

Referendum: i cittadini chiedono di contare

da Cittadinanzattiva.it
Più di un milione e duecentomila firme per chiedere l'abrogazione della legge elettorale Calderoli. Un risultato clamoroso e inaspettato. Che ci dice, però, quanto sia forte il desiderio di cambiamento dei cittadini, l'urgenza di voltare pagina. Con questi numeri, i benpensanti beneducati per i quali ogni occasione è buona per criticare l'ignavia e la mancanza di senso civico degli italiani sono serviti.
'Se' si andrà a votare per questo referendum nella prossima primavera i risultati saranno schiaccianti, forse ancora più di quelli per i referendum per la pubblicizzazione dell'acqua e contro il nucleare e il legittimo impedimento. Scriviamo 'se si andrà a votare' non a caso. Adesso, infatti, la parola passa alla Cassazione che, entro dicembre, verificherà la validità delle firme. Poi, in gennaio, la Corte Costituzionale esprimerà il suo parere di ammissibilità. Il voto si dovrebbe tenere tra il 15 aprile e il 15 giugno 2012.
Ma i partiti hanno ancora la possibilità di bloccare il referendum: o votando frettolosamente una nuova legge elettorale, con il rischio di metter su di nuovo un sistema approssimativo; oppure puntando allo scioglimento delle Camere e a nuove elezioni che, però, si svolgerebbero secondo le regole vigenti, con una probabilità molto alta, dunque, di insistere negli stessi difetti del presente.
Tutti, infatti, riconoscono che la Legge Calderoli, oggi vigente, è pessima (ma tutti i partiti, sia di maggioranza che di opposizione, ne hanno approfittato). Si basa su un sistema proporzionale con liste bloccate: in questo modo gli elettori non possono scegliere i candidati e questi ultimi sono selezionati dalle segreterie dei partiti ed eletti secondo l'ordine di presentazione in base ai seggi ottenuti dalla singola lista. Alla Camera sono previste soglie di sbarramento su base nazionale che hanno l'obiettivo di semplificare il quadro politico e ridurre il numero di partiti minuscoli e del tutto privi di reale rappresentanza: ma in realtà questi sbarramenti sono facilmente aggirabili perché i partiti si uniscono per il voto e poi si rendono liberi di nuovo in Parlamento. Il sistema viene completato con un premio di maggioranza alla coalizione di liste più votata.
Da due legislature, a causa di questa legge elettorale e della classe dirigente che ha prodotto, il Paese è bloccato. Manca completamente un rapporto diretto con i cittadini: gli stessi rappresentanti eletti riconoscono di non sapere nemmeno qual è il loro elettorato di riferimento e, di conseguenza, non sentono mai l'esigenza di rispondere del loro operato. E' un Parlamento di 'nominati' che non possono far altro che obbedire alle indicazioni dei leader ai quali devono la loro elezione, sperando che questi li riconfermino al prossimo giro. Tra le conseguenze di questo meccanismo c'è il progressivo peggioramento della qualità del ceto politico: quanti cortigiani del capo, votati all'obbedienza alle direttive di partito piuttosto che alla libera espressione di idee! Quante personalità prive di meriti, competenze e titoli sufficienti per rappresentare la popolazione! Il Parlamento, di fatto, è espropriato del suo ruolo.
Alla luce di queste considerazioni, Cittadinanzattiva ha aderito al referendum elettorale perché pare la via più concreta per tutelare l'effettività del diritto di voto dei cittadini, per reintrodurre un rapporto diretto tra le scelte degli elettori e i comportamenti degli eletti, per definire chiaramente le maggioranze di governo. Il referendum è uno strumento espressamente previsto dalla Costituzione con il quale i cittadini esercitano direttamente la propria volontà. Come tale va rispettato, dalle istituzioni e dalla politica. Il quesito in oggetto poi – in caso di successo – contiene un messaggio talmente chiaro da non lasciare spazio ad alcuna interpretazione di comodo. Toccherà vigilare parecchio, adesso, perché i cittadini possano recarsi alle urne e manifestare liberamente la propria sete di cambiamento. Sappiamo che lo faranno ed è questo che spaventa.

Vittorino Ferla, Responsabile relazioni istituzionali

venerdì 18 dicembre 2009

da Cittadinanzattiva

Di chi è la responsabilità di tutto questo?
La società civile, i cittadini in generale, sono in questi giorni gli spettatori silenziosi di vicende allarmanti e pericolose culminate nel ferimento del Presidente del Consiglio. Se si esclude lo scatenarsi in rete di posizionamenti, anche pesanti, di una minoranza in difesa o in attacco di Silvio Berlusconi, poco si muove e poco si dice. La scena è dominata quasi completamente da chi occupa i piani alti della società italiana: in prima fila i politici e i giornalisti. Cittadinanzattiva, come la gran parte delle organizzazioni civiche, sono tra questi spettatori muti. Vorremmo però anche noi dire la nostra, almeno attraverso gli strumenti che abbiamo, vale a dire l'informazione tramite il web.

Per farlo abbiamo scelto di diffondere e commentare il testo di un articolo pubblicato il 15 dicembre sul Corriere della Sera e scritto da Umberto Ambrosoli, figlio dell'avvocato ucciso negli anni 70 dalle Brigate Rosse. Di quello che dice Ambrosoli due sono le riflessioni più interessanti e, direi, azzeccate.
La prima: il clima di odio a cui si assiste in questi giorni non ha nulla a che fare con gli anni di piombo. Allora i conflitti nascevano dalla società e dai suoi problemi, dalle rivendicazioni irrisolte. Era un conflitto che nasceva dal basso, dalle piazze, dai luoghi di lavoro. Quello di oggi è - per usare parole mie - un conflitto di palazzo, che nasce quindi dall'alto e che noi tutti subiamo. Per questo è quanto mai drammatico, perché su di esso non si stanno consumando gli italiani, in ben altre cose affaccendati, ma la classe dirigente del paese, che, a prescindere dai torti e dalle ragioni, si sta logorando attorno ad una polemica tutta interna ai poteri dello stato, con una perdita secca di fiducia da parte dei cittadini.
La seconda riflessione, agganciata alla prima, riguarda la tenuta delle istituzioni. Aver innescato una spirale di critica quotidiana ai diversi istituti democratici, seppur obsoleti e da riformare, è un grande pericolo. È un pericolo perché quando si comincia, poi non si finisce più e scatta una sorta di legittimazione al massacro che colpisce tutti. Se ieri era la Corte Costituzionale, oggi è il Presidente del Consiglio, addirittura la massima autorità di governo del paese, che diventa vittima della violenza di strada. E così in avanti, alzando sempre più i toni, gli insulti e le minacce.
Noi non abbiamo bisogno di questo. Da sinceri democratici e da difensori della integrità della persona umana ci dispiace moltissimo per quello che è successo al nostro Presidente del Consiglio, ma a lui chiediamo di assumersi la responsabilità di arrestare questo scempio.





Teresa Petrangolini
Segretario generale di Cittadinanzattiva

sabato 18 luglio 2009

da Cittadinanzattiva

La GUARDIA MEDICA
In questi giorni di ferie potrebbe capitarti di aver bisogno del tuo medico di base e trovare lo studio chiuso….Sappi che in questi casi è a tua disposizione la guardia medica, il servizio che le aziende sanitarie forniscono ai cittadini per garantire un’assistenza sanitaria continuativa rispetto agli orari “scoperti” dal medico di famiglia, anche nelle ore notturne.
È un servizio totalmente gratuito che puoi contattare telefonicamente o recandoti presso la sede stessa.

Puoi richiedere l’ intervento:
  • dalle 20 alle 8 nei giorni feriali;
  • dalle 10 del giorno prefestivo alle 8 del giorno successivo al festivo.

Se non sai come contattare la guardia medica, puoi trovare tutti i riferimenti presso:
  • l’Ufficio Relazioni con il Pubblico (U.R.P.) dell’Azienda sanitaria locale di appartenenza;
  • l’ambulatorio del tuo medico di famiglia (dovrebbe essere affisso nell’ambulatorio);
  • in farmacia;
  • il 118 (in caso di estrema necessità).


La guardia medica si occupa principalmente di:

  • prestare cure di primo soccorso;
  • prescrivere farmaci per un ciclo di terapia di durata non superiore a 48-72 ore;
  • proporre ricoveri;
  • rilasciare certificazioni di malattia per il lavoratore, per un massimo di tre giorni;
  • tenersi in collegamento con le centrali operative del 118, il cui intervento può essere attivato se ritenuto necessario.

Le richieste di intervento telefoniche sono registrate e messe agli atti, riportando solo alcune informazioni:

  • i dati anagrafici e le generalità di chi ha richiesto l’intervento oppure, se chi chiama non è il diretto interessato, grado di parentela del richiedente;
  • l’orario della chiamata;
  • la sintomatologia segnalata;
  • l’orario e la tipologia dell’intervento, qualora avesse luogo;
  • i motivi dell’eventuale rifiuto di intervenire.

Per tutelarsi

E’ necessario fare attenzione al fatto che molto spesso negli elenchi telefonici alla dizione “Guardia medica” corrispondono servizi sanitari privati. E’ opportuno quindi accertarsi che si tratti proprio del Servizio di continuità assistenziale della Asl

LA GUARDIA MEDICA TURISTICA

Se sei in vacanza e, quindi, lontano dal tuo medico di famiglia, sappi che nei luoghi di villeggiatura che presentano un notevole afflusso turistico è possibile che la ASL organizzi un servizio di assistenza sanitaria rivolta ai non residenti, comunemente detta guardia medica turistica.
Le tariffe fanno riferimento a quelle di un normale consulto presso un medico diverso dal proprio: 15 euro per la visita ambulatoriale, 25 Euro per quella domiciliare.
E per evitare accessi impropri e pagare ticket inutili? Basta una telefonata!
Puoi sapere se nella città in cui villeggerai è stata istituita una postazione di guardia medica turistica, o conoscere le modalità con cui verrà erogata l’ assistenza sanitaria di base ai cittadini non residenti, contattando gli Uffici ASL di Relazione con il Pubblico della città in cui stai trascorrendo o trascorrerai le vacanze.

ATTENZIONE!
Spesso i cittadini lontani dal proprio medico di base sono soliti utilizzare il pronto soccorso! Quando si ha un piccolo malore è più appropriato far riferimento alla guardia medica turistica (fino alle 20.00, o alla guardia medica dopo le 20) e non rivolgersi direttamente al pronto soccorso!
Ricorda infatti che il pronto intervento non è un servizio di assistenza sanitaria di base. Se ci si reca al pronto soccorso per un accesso “improprio” (il cosiddetto “codice bianco) bisognerà pagare il ticket sulla prestazione specialistica svolta.

Il PRONTO SOCCORSO

La modalità di accesso al Pronto soccorso avviene tramite codici di accesso (detti “Triage”), che stabiliscono l’urgenza o la differibilità di una prestazione. I codici sono divisi in:

  • Rosso: paziente molto critico con accesso immediato alle cure
  • Giallo: paziente mediamente critico, con accesso rapido alle cure
  • Verde: paziente poco critico, con accesso di bassa priorità
  • Bianco: paziente non critico, non urgente, con condizioni cliniche per le quali sono previsti percorsi extraospedalieri.

Tutti i casi che rientrano nei codici rossi, giallo e verde vengono seguiti senza onere alcuno a carico del cittadino; per i casi considerati codice Bianco, è ormai obbligatorio versare una quota fissa di 25 Euro. Sono esclusi gli esenti e i ragazzi fino a 14 anni.

TUTELATI!

Come tutelarsi per evitare di essere accolti da inutili sorprese al rientro delle vacanze (per esempio la bolletta di pagamento per la prestazione di pronto soccorso)?
Una volta svolto il triage, chiedi il codice attribuito e le modalità con cui, dopo il triage, verrà gestito il caso. Se il codice assegnatoti è bianco, hai la possibilità di svolgere la visita specialistica o effettuare esami diagnostici più complessi,ma ti verrà richiesto il pagamento del ticket. Puoi anche decidere di tornare a casa, recarti dal tuo medico di famiglia che ti prescriverà visite o esami necessari per approfondire la diagnosi o per la cura della patologia in atto.

domenica 14 giugno 2009

da Cittadinanzattiva

Servizi televisivi: è sempre il cittadino a rimetterci?

In queste settimane stiamo assistendo, come spesso accade nel nostro paese, ad un confronto "sottotraccia" su un tema che interessa tutti i cittadini, come quello dell'accesso ai servizi televisivi. Parlo non a caso di "servizi televisivi", visto che mi riferisco al confronto tra Rai e Sky sul rinnovo del contratto che permette alla Tv pubblica di essere presente sulla piattaforma Sky.
Riepilogo brevemente la situazione. Nelle scorse settimane, Sky ha offerto alla Rai circa 350 milioni di euro per il rinnovo del contratto pluriennale. La Rai non ha risposto ed ha mandato dei segnali che andavano nella direzione di una probabile rottura dell'accordo, con una possibile decisione di investire su una propria piattaforma satellitare.
A questo punto, ci sono sorte alcune domande e siamo intervenuti pubblicamente chiedendo conto di alcune scelte che, direttamente o indirettamente, toccano tutti noi in quanto abbonati (obbligati) del servizio pubblico.
Innanzitutto, per creare una nuova piattaforma satellitare, con una ragionevole possibilità di competere con Sky, la Rai avrebbe bisogno di poter investire centinaia di milioni di euro. Dove li trova un ente pubblico che ogni anno fatica a chiudere in pareggio i propri bilanci?
La seconda domanda è: se ai soldi per questi investimenti, si aggiungono i 350 milioni di euro offerti da SKY a cui l'ente pubblico, non si raggiunge una cifra difficilmente sostenibile per tutti noi cittadini/contribuenti/abbonati?
La terza questione è: se il partner per lo sviluppo della piattaforma satellitare alternativa sarà Mediaset, come sembra, allora perché non è Mediaset a lasciare Sky e ad investire nella piattaforma, invece di lasciare l'onere ed il rischio solo all'ente pubblico?
La quarta questione è: è logico, dal punto di vista imprenditoriale e di Antitrust, che la Rai si allei con il suo maggior concorrente, ossia Mediaset, per i servizi "in chiaro"?
La quinta domanda è: visto che siamo bombardati quotidianamente dall'innovazione del digitale terrestre, non avrebbe più senso investire al massimo le risorse, le poche disponibili, su questa nuova tecnologia che sta entrando per legge nelle case di tutti gli italiani, piuttosto che investire su una piattaforma satellitare concorrente di Sky?
La domanda successiva appare logica: chi pagherà il conto di tutto questo? Purtroppo la risposta è sin troppo ovvia, tutti noi cittadini.
Quello che chiediamo, in questo come in altri casi, è un po' di trasparenza. Il servizio pubblico, per definizione, dovrebbe essere una casa di vetro. Un posto in cui tutti noi possiamo sentirci un po' a casa, in cui abbiamo la possibilità di valutare scelte che, direttamente o indirettamente, toccano la qualità dei servizi offerti al cittadino.
La vicenda è ancora aperta ed il rischio che avvertiamo è che, come spesso accade, su questioni del genere non vi sia alcun dibattito pubblico, complice la "stanchezza" post elettorale o le vacanze incombenti.
Proveremo a vigilare affinché vi sia la massima informazione su questa vicenda e, possibilmente, un minimo di dibattito pubblico. Come ben sappiamo, quando si parla di televisioni nel nostro paese, parole come serenità e confronto non sono all'ordine del giorno, ma forse le organizzazioni di cittadini ci sono anche per provare a garantirle.

Antonio Gaudioso
Vice segretario vicario di Cittadinanzattiva

venerdì 3 aprile 2009

da Cittadinanzattiva

Piano casa: quando il nome non coincide con la cosa

Si legge che, in questi giorni, il Presidente del Consiglio incontrerà i Governatori regionali per concordare l'impostazione del cosiddetto "piano casa".
Il dibattito pubblico che ha preceduto questo annuncio, come purtroppo di consueto, è stato rissoso e poco utile per comprendere quale fosse il vero oggetto del contendere.
Chi ha avuto la pazienza di decifrarne il contenuto, comunque, ha potuto constatare subito che, al di là del nome, non si stava discutendo delle questioni che stanno rendendo drammaticamente dura la vita di milioni di famiglie ad esempio della impossibilità di trovare alloggi dignitosi con affitti che non si mangino metà (se non di più) dello stipendio; oppure del rischio, per chi sta perdendo il lavoro, di perdere anche la casa e tutti i risparmi per la temporanea impossibilità di pagare le rate del mutuo; o, ancora, del fatto che chi lavora e guadagna, ma non è assunto a tempo indeterminato, non può accedere al credito.
L'incontro, se ci sarà, riguarderà invece la possibilità di ampliare le abitazioni mono o bifamilari del 30% senza richiedere la licenza edilizia, ma solo con una dichiarazione giurata di conformità del professionista.
Basterebbe questo per rilevare, ancora una volta, che le priorità della politica sono molto diverse da quelle dei cittadini.
Le famiglie veramente interessate al provvedimento, infatti, sono relativamente poche - secondo le statistiche ville, villini e residenze assimilabili sono circa il 10% di tutte le residenze - ed è probabile che molti proprietari non siano interessati ad ampliare o non dispongano delle risorse necessarie, ma, comunque, in ogni caso già dispongono di un'abitazione.
Inoltre, il modo in cui la questione è stata posta al pubblico aggrava, di molto, la situazione. Si sarebbero potuti affrontare seriamente problemi importanti, da quello di semplificare le procedure senza legittimare un'anarchia (che per altro all'atto pratico esiste già dalle Alpi al canale di Sicilia), a quello di mobilitare risorse utili per sostenere l'edilizia senza causare ulteriori devastazioni, fino a quello di indirizzare le energie di trasformazione anche verso il miglioramento dell'efficienza energetica e della qualità ambientale di territori già compromessi.
Si è invece perpetuata la solita stucchevole rappresentazione. Da una parte il Presidente del Consiglio che pretende di esercitare per decreto poteri che - come sa qualunque costruttore - appartengono da sempre ai Comuni e alle Regioni, e che, accertata l'ovvia impossibilità, se la prende con l'opposizione e con la Costituzione. Dall'altra, quella dell'opposizione appunto, si denuncia la volontà di eversione degli assetti istituzionali e poi si grida alla cementificazione, dimenticando che gli interventi previsti non consumerebbero nuovo territorio.
Gli organi di informazione, come sempre, contribuiscono a enfatizzare i toni e a confondere i problemi, con poche eccezioni. Fra queste, Stefano Boeri, che sul La Stampa del 18 marzo, ha messo in evidenza l'esistenza di un problema estremamente grave e complesso e insieme un insospettato (forse) campo di azione della cittadinanza attiva.
Parlare di casa, dice Boeri, significa fare i conti con la continua crescita del patrimonio edilizio non utilizzato. "A Roma, su 1.715.000 abitazioni, 245 mila - una su sette - sono vuote. A Milano su 1.640. 000 appartamenti, più di 80 mila non sono abitati e quasi 900 mila metri cubi di uffici sono deserti (l'equivalente di 30 grattacieli Pirelli vuoti...). Che una legge .....non si preoccupi di recuperare un patrimonio che da solo......potrebbe dare risposta al disagio abitativo di milioni di italiani è davvero grave. Grave che non ci si interroghi sulle ragioni di questa nostra originale forma di desertificazione urbana...... un fenomeno pervasivo che, se affrontato, potrebbe rispondere ai bisogni di milioni di famiglie, di piccole imprese edili, di professionisti, e così costituire un grande banco di prova per le politiche pubbliche del Paese. Il vuoto nelle città è il riflesso fisico del vuoto che separa le istituzioni pubbliche dalle energie vitali della società civile. E non è un caso che a riempire questo vuoto, attraverso forme di sussidiarietà e di supplenza all'azione pubblica, siano agenzie di «privato sociale»: immobiliari non profit - come quelle nate a Barcellona, a Torino, a Milano - che si mettono in mezzo tra la domanda e l'offerta di abitazioni e uffici, garantendo reddito e certezza nei tempi d'uso a chi dispone degli immobili, e spazio in affitto a prezzi calmierati (circa il 30% inferiore ai valori di mercato) a chi ne ha disperato bisogno (non solo immigrati e soggetti fragili, ma anche studenti, lavoratori precari, giovani famiglie). Ma perché queste esperienze si diffondano, sciogliendo incrostazioni di paura e pigrizia, e alimentando un formidabile mercato di interventi di recupero del nostro stock edilizio, serve con urgenza una legge nazionale che obblighi Regioni e Comuni a offrire fondi di garanzia per gli interventi di immobiliare sociale. E serve una grande politica di recupero creativo dei territori delle città. Che devono smettere di crescere divorando terra agricola e natura, e devono invece occuparsi di sé stesse, rioccupando quei deserti urbani che rappresentano la vera cifra della nostra follia politica". E, aggiungiamo noi, dando credito e forza alle risorse della cittadinanza attiva.

Alessio Terzi
Presidente di Cittadinanzattiva

lunedì 20 ottobre 2008

de Cittadinanzattiva.it
Non è questa la scuola che vogliamo
"Classi separate per stranieri mentre si introduce la educazione civica; dimensionamento delle scuole dopo aver deciso la apertura pomeridiana degli istituti. E’ davvero una riforma contraddittoria e destabilizzante” è quanto dice Cittadinanzattiva in riferimento agli ultimi due provvedimenti sulla scuola adottati con il decreto 154 del 7 ottobre sul dimensionamento delle istituzioni scolastiche e alla mozione per le classi di inserimento per studenti stranieri.

“Quello che ci impressiona è la mancanza di un disegno strategico di fondo. Ogni giorno c’è qualche provvedimento adottato di imperio, qualche volta in contrasto con i precedenti, e di sicuro sempre senza alcun accordo con gli enti locali, in barba alla sussidiaretà e al federalismo di cui questo governo si è fatto promotore”, afferma Adriana Bizzarri, coordinatrice della scuola di Cittadinanzattiva.

“Il dimensionamento delle istituzioni scolastiche era già previsto da un Dpr del 1998 e dovrebbe riguardare la soppressione di Presidenze ed uffici amministrativi. Su questo non possiamo che essere d’accordo, in vista di una razionalizzazione delle spese e delle strutture. Ma se si decidesse di toccare le scuole con meno studenti, il rischio esiste ed allora, come facemmo per la chiusura dei piccoli ospedali, chiediamo che il Governo si impegni, in accordo con gli enti locali, per garantire maggiori servizi ai cittadini: non si può chiudere una scuola senza dotare le comunità locali di adeguati sistemi di trasporto o di mense che allevino il disagio di chi sarà costretto a viaggiare. Tra l’altro, quando si chiude una scuola il rischio è che i ragazzi siano privati di luoghi di incontro e condivisione: misura in contrasto con la necessità di puntare sul tempo pieno e sulla apertura pomeridiana delle scuole, che il Ministro Gelmini ha più volte ribadito come centrale nella sua riforma. E altrettanto contraddittoria con questo principio è quello di ieri di istituire classi separate per studenti”.

venerdì 12 settembre 2008

da Cittadinanzattiva

Riforma della Pubblica Amministrazione
Perché, nonostante i reiterati tentativi - ultimo quello del Ministro Brunetta - è così difficile e controverso riformare la Pubblica Amministrazione? Dagli anni '90 di leggi e di provvedimenti ne abbiamo visti tanti: basta ricordare il lavoro di Cassese, la Direttiva Ciampi, parte delle leggi Bassanini. Autocertificazione, trasparenza degli atti amministrativi, customer satisfaction, responsabilità dei dirigenti, le carte dei servizi, i premi di produttività, conferenze annuali dei servizi aperte al pubblico, ufficio per le relazioni con il pubblico.
I cittadini italiani si augurano, e noi con loro, che il nuovo Ministro riesca nel suo difficile intento di far funzionare la Pubblica Amministrazione, ma, dopo molte illusioni e delusioni, ci domandiamo se basti quanto messo in campo da Brunetta, o se al contrario non sia necessario rompere la autoreferenzialità di questo settore così importante della vita pubblica. Che cosa significa esattamente questo? Vuol dire ricordarsi ogni giorno che senza l'aiuto dei cittadini utenti e quindi senza "aprire" la P.A. all'esterno qualsiasi riforma verrà risucchiata. E' abbastanza negativo vedere come già in questi giorni il dibattito si sia ridotto ad uno scontro tra Brunetta e i sindacati, nonostante i proclami della prima ora circa la centralità degli utenti dei servizi. Si tratta di un dibattito che per come è fatto e per gli interessi dei dialoganti non può che estremizzare i toni: i fannulloni da una parte e gli statali insoddisfatti dall'altra. E tutto si chiude qui. Le proposte, le idee e le volontà di quei cittadini che sperano in questa benedetta apertura delle porte, restano sullo sfondo, non fanno parte del gioco. Eppure, il terzo attore, il cittadino, sarebbe quantomai utile in questo momento, soprattutto per non guardare solo dentro e riportare al centro l'interesse generale.
Ci sono vari modi per rompere l'autoreferenzialità. Una delle più importanti è la già citata trasparenza, che non è uno scandalo, né deve diventare un fatto occasionale o uno scoop, ma un modo per dare soddisfazione ad un diritto, quello all'informazione del cittadino utente. Trasparenza su stipendi, consulenze, appalti, bilanci, atti, procedure di accesso ai servizi, contratti di servizio, e chi più ne ha più ne metta. Ma uno strumento altrettanto importante è la valutazione, sia della qualità del servizio che della produttività degli addetti. Sono certamente importanti le varie forme di valutazione interna, il cosiddetto "internal audit", che se si realizzassero veramente ovunque cambierebbero molte cose. La vera novità che però Brunetta dovrebbe introdurre per cambiare veramente le cose è quella della valutazione dei cittadini. Per farlo non servono nuove leggi o basterebbe un comma in quelle già in discussione. In settori come il servizio sanitario è già stato introdotto da anni l'audit civico, con i cittadini volontari che si prestano, previo addestramento, a misurare la qualità del servizio e che poi si siedono attorno ad un tavolo per concordare con l'amministrazione competente i cambiamenti da apportare sulla base delle risultanze delle indagini. Già sono in corso, con la stessa Funzione Pubblica, gruppi di lavoro misti, funzionari e cittadini, per allargare questo sistema alla Scuola, nei Comuni e nella Giustizia. Tutto però dipende dalla centralità che si intende dare a queste novità: si tratta di esperimenti da lasciare un po' in sordina o sono la vera strada per il futuro, in modo tale che ogni amministrazione debba fare i conti con queste valutazioni per collocare o rimuovere il personale, per allocare risorse e budget? Se ci si misurasse con questa concretezza, anche i sindacati si troverebbero a fare i conti con il punto di vista dei cittadini e confrontarsi con i fatti.
Ci sono poi i nuclei di valutazione, quelli che dovrebbero assegnare i premi di produttività ai dirigenti. Sappiamo tutti di quanto appiattito sia questo sistema e quanti scambi di favori ruotino attorno agli incentivi. Ma allora, invece di ridurre i premi, misura quantomai odiosa perché elimina la possibilità di giudizio, facciamo funzionare bene la valutazione, come sostiene il prof. Ichino. Una proposta? Brunetta, metta un rappresentante esterno, proveniente dal mondo dell'attivismo civico, in ogni nucleo, vedrà che chi deve essere premiato lo sarà a scapito di chi ha deciso di smettere di lavorare il giorno stesso in cui ha trovato l'impiego pubblico. Anche per fare questo non servono nuove leggi, ma solo un po' di coraggio.
Insomma, l'unico modo per non subire l'ennesimo disincanto di un riforma non riforma e per non alimentare la rabbia di cittadini già molto "provati" è dare a quest'ultimi la possibilità di agire e di fare, in modo pacifico ed ordinario, la propria parte di guardiani della qualità della P.A.


Teresa Petrangolini
Segretario generale di Cittadinanzattiva


lunedì 9 giugno 2008

da Cittadinanzattiva.it

No cittadini? No riforma Pubblica Amministrazione!
Il Ministro Brunetta ha proposto il 28 maggio scorso un "piano industriale" per rinnovare la Pubblica Amministrazione. I contenuti sono innovativi, anche se siamo tutti consapevoli che di idee e di proposte su questo tema in questi anni se ne sono fatte molte ma con scarsi risultati pratici. I propositi di oggi sembrano essere più forti di quelli del passato e, soprattutto, è cambiato il clima.
Una Pubblica Amministrazione che pesa come un macigno e che ostacola lo sviluppo del paese è un lusso che non possiamo più permetterci. La condizione prioritaria affinché il Piano Industriale possa trovare concreta attuazione è però una sola: esso deve rompere la autoreferenzialità della P.A. e, quindi, essere alimentato da un vasto consenso politico, sociale e culturale con un forte coinvolgimento attivo dei cittadini e delle organizzazioni civiche e di tutela dei diritti dei cittadini.
Il Ministro ha convocato nell'incontro di presentazione del piano anche le organizzazioni dei cittadini (specificatamente quelle dei consumatori) ed ha chiesto loro di presentare commenti e proposte di integrazione. Cittadinanzattiva ha presentato un suo documento che è stato pubblicato nel sito del Ministero della Funzione Pubblica (clicca per leggere il documento)
Qui di seguito riportiamo solo uno stralcio delle proposte presentate
1. Valutazione civica della qualità ovvero audit civico
  • coinvolgimento della cittadinanza nella valutazione dei servizi mediante procedure concordate di audit esterno, anche a partire da esperienze già condotte e realizzate
  • utilizzo dei risultati per introdurre miglioramenti concordati con gli utenti (tavoli di miglioramento)
  • promozione di una misurazione basata su standard di qualità e indicatori legati all'orientamento al cittadino
  • pubblicità dei risultati degli audit civici realizzati
  • realizzazione degli audit sia presso i servizi che presso gli uffici centrali
  • allargamento di procedure analoghe per il controllo sui servizi gestiti in appalto o in concessione
  • uso, a tal proposito, di procedure di benchmarking e di premi legate alla valutazione degli utenti
  • censire e diffondere pratiche di qualità negli uffici pubblici ed esperienze di successo

2. Verifica del personale (con particolare riferimento ai dirigenti)

  • collegamento del premio di rendimento alla valutazione dei cittadini (vale a dire: uso dei risultati del punto precedente per misurare l'adeguatezza delle performaces professionali dei dirigenti) sulla base di esperienze già realizzate nella PA
  • revisione del sistema degli obiettivi con l'inserimento di una quota di incentivi per tutto il personale e per le equipe legati ad obiettivi indicati dall'utenza e la eliminazione di obiettivi non-obiettivi (legati alla semplice attività istituzionale)
  • presenza di rappresentanti delle associazioni dei cittadini nei nuclei di valutazione dei dirigenti onde favorire una maggiore indipendenza e apertura dell'organo
  • presenza analoga nell'organismo centrale di valutazione in seno al Dipartimento della Funzione Pubblica previsto dal disegno di legge Brunetta
  • presenza delle organizzazioni degli utenti nei tavoli di contrattazione per il rinnovo dei contratti

3. Lotta agli sprechi, alla corruzione e all'assenteismo

  • rendere possibile la riorganizzazione dei servizi mediante la semplificazione delle procedure per la mobilità territoriale, tra servizi e tra enti, evitando che accorpamenti e semplificazioni si trasformino in riduzione dei servizi per i cittadini (perché il personale non si sposta)
  • utilizzare la norma su sequestro e la confisca dei beni in casi di truffe e corruzione (prevista dalla Finanziaria dell'anno scorso,L. 296/06 artt.220-221 )
  • ridurre i tempi del procedimento disciplinare rendendolo efficace e operativo anche a prescindere dalle pendenze giudiziarie in corso
  • ridurre il numero dei dirigenti, ormai ipertrofico e costoso per la collettività, legandolo a funzioni effettivamente svolte
  • consentire un allargamento dell'azione risarcitoria collettiva alla PA e prevedere procedure di conciliazione in caso di conflitto con gli utenti
  • introdurre forme di risparmio energetico nella PA
  • rendere trasparenti e comprensibili i bilanci pubblici (a partire dagli enti locali)
Teresa Petrangolini
Segretario Generale di Cittadinanzattiva